Vi siete mai chiesti quale sarà effettivamente il futuro della tecnologia? Secondo Carl Pei, le cose andranno in un certo modo.
L’idea è diretta, senza troppi giri: tra qualche anno le app, per come le usiamo oggi, smetteranno di avere senso. Non spariranno di colpo, ma diventeranno irrilevanti. Carl Pei lo ha detto al SXSW di Austin con una sicurezza che non sembra improvvisata. E se si guarda a come si stanno muovendo i sistemi operativi, qualcosa si intravede già.
Oggi il telefono funziona ancora per passaggi: sblocchi, apri un’app, fai un’azione, esci, ne apri un’altra. È una sequenza che diamo per scontata, ma è anche un limite. Pei parte proprio da lì: secondo lui il telefono del futuro non ti chiederà più di scegliere un’app, ma capirà cosa vuoi fare e agirà direttamente. Non è tanto una questione di comodità, è un cambio di logica. L’interfaccia non è più al centro, diventa quasi un dettaglio.
Il passaggio tecnologico che potrebbe cambiare tutto
Il nodo vero non è eliminare le app, ma togliere di mezzo l’idea che ogni azione debba passare da un’interfaccia pensata per essere usata a mano. Oggi anche le prime forme di intelligenza artificiale fanno ancora questo: simulano il comportamento umano, cliccano, compilano campi, aprono schermate. È un passaggio intermedio, e si vede. Pei lo definisce superato già in partenza. Il punto, semmai, è creare sistemi che dialogano direttamente tra loro, senza passare da quello strato visivo che oggi consideriamo indispensabile.

La previsione che riguarda il futuro degli smartphone (www.e4a.it)
Significa che se devi prenotare qualcosa, inviare un pagamento o organizzare uno spostamento, non sarà più necessario entrare in un’app specifica. Il sistema operativo — o meglio, l’agente AI che ci lavora sopra — farà tutto da solo, pescando dai servizi disponibili. A quel punto l’app non sparisce davvero, ma smette di essere visibile. Resta dietro, come un’infrastruttura. E questo cambia anche il modo in cui le aziende costruiscono valore: non più sull’icona che apri ogni giorno, ma su quanto riescono a essere integrabili, accessibili, “usabili” dalle macchine.
Cosa cambia adesso
Qui la questione si fa meno teorica. Perché sulla carta è tutto più semplice: meno app, meno passaggi, meno tempo perso. Nella pratica però significa delegare. Oggi scegli tu cosa aprire, quale servizio usare, come muoverti tra le opzioni. Domani quella scelta potrebbe essere automatica, basata sulle tue abitudini, sui dati raccolti, su una logica che non sempre vedi. È comodo, finché funziona. Ma introduce anche una distanza tra te e quello che succede davvero.
Prenotazioni, pagamenti, spostamenti: tutto più fluido, ma anche meno controllabile nel dettaglio. E non è detto che tutti siano pronti a questo tipo di rapporto con il proprio telefono. C’è poi un altro aspetto più concreto: oggi le app sono un riferimento visivo, quasi rassicurante. Sai dove andare, sai cosa aspettarti. Togliere questo passaggio non è solo una questione tecnica, è anche un cambio di abitudine piuttosto profondo, e non è detto che avvenga in modo lineare.
Non è una rivoluzione immediata
Pei stesso non parla di tempi brevi. Dieci anni, più o meno. E in mezzo ci sarà una fase ibrida, dove convivranno app tradizionali e sistemi più automatizzati. Alcune aziende apriranno le loro piattaforme agli agenti AI, altre proveranno a difendere il modello attuale. Nel frattempo, anche l’hardware si muove: smartphone che restano centrali ma iniziano a condividere spazio con altri dispositivi, come occhiali smart o interfacce meno visibili.
Il risultato non sarà un taglio netto, ma una transizione lenta, piena di adattamenti. L’idea di un telefono senza app è pulita, quasi troppo. La realtà probabilmente sarà più confusa, con passaggi intermedi, tentativi, anche qualche passo indietro. Però la direzione sembra quella: meno interazione manuale, più automazione. E a quel punto la domanda non sarà tanto se le app esisteranno ancora, ma quanto ci accorgeremo che non le stiamo più usando davvero.







